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Da un visitatore del sito ho ricevuto questo drammatico messaggio senza firma che pubblico, così come è arrivato.
Perché tu sei vivo e mio figlio che aveva otto anni è morto? Dovresti essere morto pure tu. Perché sei vivo?


Anonimo visitatore,
è una colpa il fatto che la leucemia mi abbia risparmiato? A te sembra di sì. D’altra parte, di fronte al gioco drammatico della vita e della morte, che sembra assurdo e affidato al caso, viene voglia di ribellarsi e tutto distruggere. Quando poi la ferita colpisce in modo così violento e incomprensibile, come a te è capitato, la prima istintiva reazione è quella di augurare lo stesso male a chi ne è stato risparmiato. Generiche parole di consolazione, di fronte alla vastità del tuo dramma, sarebbero solo una nuova offesa. Quello che io posso fare è offrirti la mia esperienza. Durante il lungo e spesso cupo percorso della malattia l’incontro con la presenza di Cristo, che si è manifestata nella compagnia di amici animati dalla fede, mi ha aiutato a sollevare lo sguardo per cogliere, al di sopra della nebbia che mi circondava, la luce della vera speranza. Una verità mi ha sorpreso, come la luce dell’alba dopo una notte tempestosa. Non viviamo per noi stessi. Non moriamo per noi stessi. Ma la vita e la morte hanno un orizzonte diverso perché c’è un Padre che ci ha generato, ci ha manifestato il suo volto e ci attende. Di fronte al tocco gelido di un corpo amato e inanimato sembra follia pensare che quella non sia la tragica fine di tutto. Eppure per il tuo bambino, come sarà per ciascuno di noi al termine del pellegrinaggio terreno, quella fine apparente è stato l’appuntamento con l’inizio della vita più vera. Il mistero di un passaggio. Lui ora ci attende più vicino alla gloria del Padre. Così il seme scende sotto la terra per generare un nuovo germoglio di vita. Mentre ti affido all’intercessione di Maria Vergine, che di fronte alla croce di Cristo ha vissuto il tuo dolore, riporto di seguito la lettera di un padre che è stato segnato dalla stessa crudele ferita. E il dolore ha generato un germoglio di solidarietà.
Emilio.

Nel visitare il sito ho ripercorso l'esperienza della malattia di mia figlia Serena, 5 anni, colpita da Areb nel 1992, trapiantata nel luglio 1993 e deceduta due mesi dopo. Sono stati due mesi vissuti intensamente, che hanno stravolto la vita e la concezione della vita stessa che fino ad allora avevamo. Tutto si può immaginare, la perdita dei tuoi genitori, la perdita di tua moglie, ma perdere una figlia è un atto crudele è come sentirsi dilaniare le carni è un atto che si può solo vivere! Viene addirittura messo in discussione il rapporto di coppia che, o si consolida, o ci si separa. Noi ci siamo rafforzati ed abbiamo riversato il nostro bisogno di Serena nell'aiutare altri bambini nelle sue condizioni. Abbiamo fondato a Lodi l'Associazione Amici di Serena e la sezione Admo.
Natale.




Caro Emilio,
Ho visitato con emozione il tuo sito che mi ha confermato il coraggio e la fede con cui tu e i tuoi famigliari avete affrontato questo impegnativo cammino. Hai sconfitto, anche grazie al contributo della scienza e al coraggio del donatore, una malattia della quale ho fin paura a pronunciare il nome. La comunicazione della tua esperienza sarà di aiuto a quanti dovranno affrontare momenti difficili. Un abbraccio
Onelia


Cara Onelia,
quella che tu indichi è la vera ragione per cui ho scritto il libro e realizzato questo sito. Portare aiuto e dare conforto a quanti sono travolti dal buio baratro della malattia. Così che le ragioni dell’amore, della solidarietà e della speranza, pur nelle laceranti difficoltà, non vengano meno. Anche il buio si illumina, come ho scritto nella favola dedicata ai miei figli e pubblicata in un capitolo del libro, quando lo sguardo si solleva verso il destino buono che comunque ci attende.
Emilio




Caro Emilio,
coraggio e tieni duro. Anch’io ho attraversato prove durissime. Nel 92 mi è stato diagnosticato un carcinoma alla epiglottide con relative metastasi e dopo nove anni sono stato ricoverato per un bell'infarto. Nonostante tutto io non mollo, ma continuo a fare volontariato. Sono presidente regionale per la Toscana di ADMO, e non ho nessuna intenzione di mollare, anzi, è diventata una sfida, perché so quante persone hanno bisogno di midollo osseo, e quante come te hanno passato l'odissea della leucemia. in bocca al lupo amico mio.
Sergio


Caro Sergio,
il tuo coraggio e la tua generosità sono un esempio per molti. Durante il lungo percorso nella malattia ho visto che il numero ancora scarso di donatori disponibili non consente di eseguire il trapianto tutte le volte che sarebbe necessario con conseguenze drammatiche per persone anche molto giovani. Per questo è di straordinaria importanza il lavoro svolto dall’Admo per far conoscere questo problema e aumentare il numero dei donatori. C’è una paternità di amore cui siamo chiamati non solo verso i nostri figli, ma verso ogni persona che incontriamo. In particolare verso coloro che si trovano in un grave bisogno. Non rinunceremo mai a questa paternità e andremo avanti, nonostante tutto. Non molleremo. Non perché siamo forti (il nostro corpo è stato segnato pesantemente dalla malattia), ma perché grande è il compito sui siamo chiamati. Un compito che ci avvicina alla paternità e all’amore di Dio. Nella pagina dei pensieri ho riportato questa frase: l’unica cosa per cui vale la pena di vivere è il privilegio di rendere qualcuno più felice. Cioè questa paternità al vero bene dell’altro.
Emilio




Caro Emilio,
ti ringrazio per avermi dato l’opportunità di leggere cose che non solo mi hanno commosso, ma mi hanno permesso di affrontare la mia fragilità (ed è una grande fragilità veramente), con un cuore pieno di speranza.
Massimo


Caro Massimo,
Ogni giorno tocchiamo con mano quanto sia grande la nostra fragilità. Ma la misericordia di Cristo è molto più grande dei nostri limiti. Ed è questa misericordia che consente alla nostra speranza di non venire mai meno.
Emilio


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